L'Istituto Luce lascia il posto a Cinecittà-Luce .

7/07/2009 11:47:00 PM Posted In Edit This 0 Comments »


E' sparito lo scorso 11 maggio uno dei marchi più prestigiosi del cinema italiano: L'Istituto Luce. E' confluito nell'Ente Cinecittà.
Il profilo dell'aquila su fondo blu, che ha accompagnato l'audiovisivo italiano dal 1924, si è dissolto in un nuovo marchio, quello di Cinecittà-Luce. Casa di produzine e distribuzione di documentari e film, l'Istituto Luce ha rappresentato un deposito prezioso della memoria italiana, in possesso di un monumentale archivio che raccoglie le immagini della realtà italiana dal fascismo ad oggi.
Oltre a documenti storici come la visita di Hitler a Roma, Il Duce guerriero, costruttore di edifici e bonificatore della paludi pontine, statista e arringatore delle folle, ci sono anche dettagli più curiosi e privati. Come Rachele Mussolini intenta a curare verdure a Villa Torlonia o a nutrire tacchini e maiali nella fattoria in Romagna.
Il Luce nasce come ente educativo ( da qui il nome Luce: L'Unione Cinematografica Educativa), ma diventa ben presto cinegiornale del regime. Al di là della retorica e della voce stentorea degli speaker, rimane una testimonianza impressionante di quegli anni. “Il cinema è l'arma più forte per arrivare al popolo” dichiarava Mussolini, organizzando studi cinematografici e stabilimenti di sviluppo. Si diffidava della stampa, scarsamente raggiungibile da una massa di analfabeti che raggiungevano il 60 per cento della popolazione.
“I cinegioranli” ricorda Sovena, già presidente del Luce e ora amministratore delegato di Cinecittà-Luce “parlavano a tutti della lotta alle zanzare, della riforma tranviaria, delle bonifiche”. Un messaggio che arrivava diretto con un supporto visivo. Il Luce rappresentava insomma il telegiornale di allora. I film di apologia del fascismo erano, in realtà, pochi : “Camicie nere”, “Un pilota ritorna”, “Sentinelle di bronzo”. Gli altri erano legati all'evasione dalla vita quotidiana o proponevano temi religiosi, ma l'eredità più grande proviene, soprattutto, dai documentari. Se ne occupavano quelli che poi sarebbero diventati grandi registi: Bertolucci, Antonioni, Olmi. Nel dopoguerra il Luce s'impegna nel cinema d'autore, producendo i lavori di Cavani, Antonioni, Visconti e Pasolini.
“Felice e orgoglioso" del lavoro fatto Gaetano Blandini, direttore generale Cinema del ministero dei Beni culturali, ed amministratore unico di Cinecittà Holding, che si dice "certo che ne deriverà un'azione essenziale per la valorizzazione del cinema italiano". Membri del Consiglio di Amministrazione sono Nicola Porro, vicedirettore de Il Giornale, Roberto Cadonati, psicologo e Massimo Biasiotti Mogliazza, avvocato esperto in riorganizzazione aziendale. "Cinecittà Luce - sottolinea il neo presidente Cicutto - deve diventare, più ancora che nel passato, uno strumento non solo al servizio di questa industria, ma soprattutto un centro di proposta, razionalizzazione e sviluppo di tutte quelle idee che mettano il cinema italiano in tutti i suoi comparti, al passo con i tempi e all'altezza dell'importanza culturale e industriale che riveste". Con l'atto di fusione "si realizza un obiettivo storico", fa notare ancora Sovena, assicurando che "una grande attenzione sarà dedicata all'ampliamento dell'Archivio Storico che, anche attraverso nuove acquisizioni e nuove alleanze, deve consolidarsi definitivamente nella sua funzione di memoria diffusa e attiva dell'Italia nel XX secolo". Programmi, obiettivi e strategie della nuova Cinecittà Luce verranno presentati nel corso di una conferenza stampa che sarà indetta nel mese di luglio.


Rosaria Petrella

Di reality si può morire. Ecco le vittime della “sindrome del Truman Show”.

7/07/2009 11:42:00 PM Posted In Edit This 0 Comments »


Finisce la stagione televisiva dei vari reality e talent show più seguiti, che hanno invaso i palinsesti di tutte le reti. I vari partecipanti, forti del successo riscosso, si riversano nelle nostre piazze e nei nostri palasport, per essere acclamati come idoli da orde di fan scatenati e godersi la popolarità acquisita. Per tutti, vincitori e vinti, è il momento di iniziare a fare bilanci delle loro esperienze.
E’ indubbio, infatti, che questo nuovo tipo di televisione, apparentemente sempre più ricca di vera competizione e di sano agonismo, può nascondere anche insidie davvero drammatiche, specie per coloro i quali, proprio grazie alla partecipazione più o meno fugace ad un reality, hanno visto stroncare drammaticamente i loro sogni. Dalla realistica illusione di poter vivere sotto ai riflettori e di godersi il successo all’intollerabile ritorno alla normalità, magari dopo la cocente eliminazione più o meno condivisa.
Se pensate che i reality show italiani siano il fenomeno più denigrante degli ultimi dieci anni e che facciano uscire il lato peggiore di chi vi partecipa, all'estero le cose vanno ancora peggio. Oltreoceano di reality si muore. Perchè non si riesce a reggere la delusione di vedersi escluso da un programma televisivo o non si tollera il ritorno all'anonimato. E c'è addirittura chi, travolto dall'ansia dell'imminente apparizione sul piccolo schermo, viene colpito a morte dallo “stress da tv”, prima ancora del debutto.
Non è, però, un fenomeno limitato solo agli Stati Uniti. Secondo un'inchiesta del web magazine hollywoodiano “The Wrap”, tra le undici vittime accertate ci sono anche partecipanti a reality show inglesi, svedesi e indiani.
Per psicologi e psichiatri ci troviamo davanti ad una nuova patologia: “la sindrome del Truman Show”, con riferimento al famoso film con Jim Carrey, in cui il protagonista scopre di essere al centro di un reality show e tutte le persone che fanno parte della sua vita non sono altro che attori. “Lo stress di essere proiettati da una vita normale e perfino banale ad una stella del varietà è immenso” dice Jamie Huysman, psichiatra dell'università della Florida. Una diagnosi forte , che mette sotto accusa quello che sembra essere diventato il valore cardine della società odierna: ovvero il culto della celebrità, l'idea che vivere senza diventare famosi sia come non vivere, la prospettiva che la realtà vera sia quella del reality show.
Il caso più noto è quello di Paula Goodspeed, un ex concorrente di American Idol (format dal quale è stato tratto l'italiano X Factor), che l'11 novembre del 2008, dopo essere stata esclusa dal programma, si è suicidata con un overdose di droghe e farmaci davanti all'abitazione di Paula Abdul, giudice del talent show, che l'aveva strapazzata in diretta decretandone, secondo la vittima l'eliminazione.
Partecipare a Wife Swap, invece, è costato caro all'inglese Simon Foster. Prima ha perso la compagna (che l'ha lasciato per un altro portandosi via i figli), poi la casa e infine il lavoro. E' stato trovato morto imbottito di droghe.
Pochi mesi prima, a migliaia di chilometri di distanza, nel continente indiano, la stessa scelta l'aveva compiuta una ragazza di soli 21 anni, Tania Saha, che si era presentata ai provini del talent show “Fatifati” con in tasca una boccetta di veleno pronta a berlo se fosse stata esclusa. Fu esclusa. Nel 2007 Cheryl Kosewicz,sostituto procuratore di Reno in Nevada, nonché concorrente di Pirate Master (un reality sui pirati che si svolge a bordo di un galeone) si è uccisa dopo essere stata eliminata al televoto, dando l'addio su MySpace.
Anche il ventiseienne Nathan Clutterha deciso di togliersi la vita, lanciandosi dai trenta metri di un'antenna per cellulari, dopo aver partecipato a Paradise hotel 2 (reality dove un gruppo di ragazzi vive in un hotel a 5 stelle e deve resistere alle tentazioni di provocanti cameriere). C'è anche chi, però, ha deciso di farla finita addirittura prima di approdare nel programma dei propri sogni, come Najai Turpin, che si è sparato il giorno di San Valentino del 2005, qualche settimana prima dell'inizio di The Contender, uno show a metà tra reality e un torneo di boxe.
La conclusione a cui sono arrivati gli specialisti è che tutto questo è molto spesso conseguenza delle enormi delusioni paranoiche che può produrre per alcune personalità il vivere un pezzo di vita davanti alle telecamere o magari l'ansia di farlo.
Alcune persone, infatti, subiscono un rapimento quasi maniacale dall’improvvisa popolarità che questi programmi garantiscono, portando a mischiare irrimediabilmente il sogno con la realtà. Ecco, dunque, che, con la fine improvvisa della popolarità, molti ragazzi non riescono più a farsene una ragione, impauriti di sprofondare di nuovo nell’anonimato e nel fallimento.
Tutto questo, spesso, è anche frutto delle aspettative fin troppo eccessive che vengono create dai programmi stessi.
E’ questo il caso, sicuramente meno cruento, ma altrettanto significativo di Susan Boyle, brutto anatroccolo con voce d’angelo rivelazione dell’ultimo Britain got talent, che, dopo l'inaspettata sconfitta in finale, ha dato letteralmente di matto, finendo immediatamente in cura in una clinica psichiatrica londinese.
Ovvie, dunque, le polemiche su questo nuovo tipo di televisione, considerata incapace di tutelare davvero i giovani partecipanti e rea di sfruttarne le potenzialità solo finchè l’audience si impenna. La verità è che questo tipo di programmi possono risultare davvero dannosi solo per coloro che hanno già di natura una personalità non tanto forte e che, quindi, viene materialmente schiacciata in conseguenza delle continue pressioni che queste competizioni televisive incentivano.
Unica cosa utile e logica sarebbe magari quella di affiancare continuamente ai partecipanti degli show gruppi di psicologi, in grado di valutarne le reazioni e,quindi, poter intervenire tempestivamente per scongiurare altre tragedie.
Rosaria Petrella

Che fine faranno i media tradizionali?

5/13/2009 10:15:00 AM Posted In Edit This 0 Comments »


Un terremoto si sta abbattendo sul mondo dell'editoria e dei giornali. I primi segnali arrivano, come sempre in anticipo, dagli Stati Uniti, con le ultimissime notizie, davvero drammatiche, che parlano di bancarotta per il gruppo Tribune ( editore fra gli altri del Los Angeles Times e del Chicago Tribune) 161 anni dopo la sua fondazione. E di analoghi rischi per il New York Times, che controlla anche il Boston Globe oltre al prestigiosissimo International Herald Tribune. La crisi economica ha spinto il celebre New York Times a vendere il proprio quartier generale, realizzato da Renzo Piano, dove si era trasferito giusto tre anni fa. Per la cifra di 225 milioni di dollari, che gli consentiranno di avere maggiore liquidità, il giornale ha deciso di vendere 21 piani del suo edificio di Manhattan, con la clausola di poterli riacquistare con un contratto d’affitto di 15 anni dall’acquirente, la W.P. Carey & Co per 250 milioni di dollari. La crisi dunque non risparmia neanche le testate più solide e blasonate. Ma come negli Usa, anche in Italia, sebbene ancora sotto traccia, il grande terremoto si preannuncia non meno devastante. Per ora si colgono piccole scosse sotterranee, ma dal Corriere a Repubblica, dal Sole 24 Ore alla stessa Rai, sotto i piedi di manager e giornalisti, la terra comincia a tremare. Di segnali ve ne sono fin troppi: basta dare un'occhiata alle performance borsistiche del comparto editoriale negli ultimi dodici mesi. La giovanissima Cairo Editore guida questa sconcertante classifica negativa con meno 70, seguito a ruota da aziende di grande tradizione come Rcs Mediagroup (meno 66) e Poligrafici (meno 63). E, in sequenza, non manca nessuno, dal vecchio gruppo Espresso di Carlo De Benedetti (meno 57) al Sole 24 Ore di Emma Marcegaglia (meno 55). I problemi e i nodi irrisolti sono comuni: costi fuori controllo, dalla carta agli organici pletorici, scarsa produttività a fronte di superstipendi e benefit per manager , giornalisti ed inviati, ricavi tanto da edicola quanto da advertising crollati a causa della disaffezione dei lettori e della contrazione degli investimenti pubblicitari. Come si legge nel rapporto sulla stampa 2006-2008 della Federazione Italiana Editori Giornali, il Presidente Sarkozy, muovendo dalla convinzione che “una democrazia non può funzionare conuna stampa sull’orlo del precipizio economico”, ha accolto gran parte delle proposte emerse dagli “Stati generali dell’editoria” e varato un piano di intervento di 600 milioni di euro a sostegno dei giornali nell’arco del triennio 2009-2011. Fiscalità meno pesante nella fase distributiva, sostegno agli abbonamenti, congelamento dell’aumento delle tariffe postali, aumento delle spese pubblichedi comunicazione da destinare alla stampa, agevolazioni delle partecipazioni estere nel capitale di imprese editrici, abbonamenti gratuiti per i giovani, sono alcune delle principali misure decise dal governo francese per trasmettere impulsi accelerativi al settore. In Italia, la manovra finanziaria per il 2009 non prevede invece alcun intervento significativo in favore di un settore considerato in Francia “strategico” al pari dell’industria pesante, ma soltanto tagli ai trasferimenti di risorse, derivanti dalle agevolazioni alle spedizioni postali dei giornali. Al di là della crisi economica e dello scarso interesse del governo per la carta stampata, c'è dell'altro. E' qualcosa che va oltre e che coinvolge anche altri media. E' il caso della televisione. Oggi si assiste ad una vera e propria compromissione e ad un vero e proprio rimescolamento dei generi, che ha dato vita a fenomeni come il docudrama (commistione tra scienze o storia e fiction), le newctions (ricostruzioni di storie non vere, ma verosimili presentate come un racconto), ma, soprattutto, all'infotainment, una parola americana che nasce dall'unione di information (informazione) e entertainment (intrattenimento) ed indica il fenomeno della spettacolarizzazione dell'informazione. Da quando la concorrenza delle emittenti private ha cominciato ad incalzare la Rai, la programmazione si è riempita di occasioni di svago ed intrattenimento in tutte le ore del giorno. Il moltiplicarsi dei programmi di intrattenimento ha elevato, in senso spettacolare, tutto il tono della televisione, mettendo la stessa informazione in condizione di doversi confrontare con programmi che facevano molta meno fatica a guadagnare i favori del pubblico. L'informazione, votata alla cronaca e alla ricerca dell'oggettività, non è per niente al riparo dagli imperativi dello show e della seduzione. L'infotainment ha innescato, inoltre, anche il curioso meccanismo di personalizzazione del mestiere telegiornalistico: la figura del semplice messaggero di notizie acquista i tratti divistici dell'anchorman. L'informazione giunge a milioni di telespettatori attraverso la personalità, il modo di ragionare e l'immagine di coloro che la presentano. Di conseguenza numerosi giornalisti conducono trasmissioni prodotte dalle reti e non dalle testate giornalistiche, svolgendo un sostanziale lavoro di intrattenimento. Ed è in un contesto simile che si fa strada l'informazione on-line. I suoi pregi sembrano essere infiniti: maggiore tempestività, maggiore interattività, maggiore obbiettività, aggiornamenti continui di notizie, e via dicendo. Non solo. Le pagine web, i blog, le e-mail, la telefonia mobile, le tv tematiche riempiono costantemente le nostre giornate. Ma è anche vero che, messa a confronto con altre nazioni, l'Italia è parecchio indietro per quanto riguarda la familiarità con il computer e in particolare con Internet. Le tecnologie più diffuse e più usate rimangono il televisore e il cellulare. Qualcosa, però, sembra che cominci a scardinare questo scenario. Ha affermato Rupert Murdoch che il futuro propone due sole alternative: cambiare o morire. La brutale sintesi del fondatore della News Corporation, che controlla decine di giornali e televisioni digitali in tutto il mondo, sembra stia venendo a galla in tutta la sua forza. Come scrive Sabadin nel libro L'ultima copia del New York Times “chiunque produca informazione tradizionale non può che essere preoccupato dal fatto che sempre più persone abbiano trovato un modo più economico, rapido e divertente di informarsi”. Il web non deve essere percepito come un nemico dai media tradizionali, ma se usato nel modo giusto, può essere un grande strumento di divulgazione e di crescita e contribuire alla loro salvezza. Ad esempio, alcuni colossi statunitensi, come il Los Angeles Times, hanno deciso di unificare le redazioni. Chi lavora per l'edizione cartacea lavorerà anche per quella on-line e viceversa. Molti giovani che avevano deciso di fare i gionalisti devono, con molta probabilità, dunque confrontarsi con una realtà molto diversa da quella che avevano immaginato. Una realtà che, forse, li terrà impegnati notte e giorno davanti allo schermo di un computer. Le nuove tecnologie hanno, infatti, cambiato la società stessa. Sembrano essere state progettate per non lasciarci mai soli. 24 ore su 24 abbiano decine di possibilità diverse per comunicare e per essere informati, per di più gratis. La soluzione più plausibile sembra essere quella che invita i media tradizionali ad adattarsi ai tempi che cambiano, senza irrigidirsi su prassi ormai consolidate ma obsolete e senza sminuire le nuove tecnologie dell'informazione.


Rosaria Petrella.

Storie di ordinari soprusi...

5/11/2009 04:52:00 PM Posted In Edit This 0 Comments »
Ennesima storia di mobbing sul posto di lavoro: la vittima, S. D. di 27 anni, operaio di III livello di una società metalmeccanica romagnola, lamenta di aver subito un trasferimento per ritorsione.
L’azienda, che a Roma si occupa di lavori di manutenzione delle linee elettriche e delle vetture per conto di Atac e Fs, lo aveva assunto con un contratto a giornata che prevedeva turni di lavoro di 8h. A seguito del licenziamento del capocantiere viene nominato Addetto Controllo qualità, svolgendo di fatto però gli stessi compiti di quest’ultimo. Con i primi ritardi delle busta paga e gli errori nel computo delle ore, il giovane manifesta il proprio disappunto per il mancato adeguamento del contratto e il pagamento degli straordinari,oltre le 173 ore di lavoro previste dal Contratto Collettivo Nazionale .
Pochi giorni fa la doccia fredda. Una lettera della direzione ufficializzava il trasferimento nella sede di Forlì per incompatibilità con la sezione di Roma.
La denuncia di questi episodi può rappresentare un miglioramento della situazione globale.

Scritto da Francesca Donato

Giancarlo Siani: la scelta di essere un "giornalista giornalista"

4/17/2009 12:02:00 PM Posted In Edit This 1 Comment »
A tutti quelli che vivono in Campania o nelle cosiddette zone "a rischio", dove dilaga la criminalità organizzata (in qualunque modo vogliate chiamarla mafia, camorra, 'ndrangheta), a tutti coloro che dal giorno in cui sono nati non hanno ancora capito perchè i commercianti devono pagare il pizzo, perchè c'è gente che non riesce ad arrivare alla fine del mese e altri che chissà per quale strano motivo vivono in ville stile Scarface senza pagare un centesimo di tasse, perchè chi ha il coraggio di denunciare, di dire la verità fa una brutta fine o è costretto a vivere con una scorta 24 ore su 24, perchè nelle sparatorie vengono coinvolti anche povere vittime innocenti, a tutte le persone che credono che se la criminalità organizzata sia riuscita a sopravvivere finora vuol dire che alle alte sfere del potere ( i cosiddetti pezzi da 90, come direbbe Don Vito Corleone) gli fa più che comodo...bene a tutte queste persone consiglio vivamente di andare a vedere "Fort Apasc", il film di Marco Risi, figlio del celebre regista Dino e molto conosciuto qui in Campania per aver diretto "Maradona: la mano de Dios". Il titolo fa riferimento al film "Il massacro di Fort Apache", palese allusione alla vicenda del generale Custer a Little BigHorn. In un articolo del protagonista, infatti, Torre Annunziata viene paragonata a questo luogo. La storia è quella di Giancarlo Siani, giovane giornalista della testata partenopea "Il Mattino" (per la precisione corrispondente da Torre Annunziata) che decide di fare il "giornalista giornalista". Eh già perchè il suo caporedattore Sasà l'aveva avvisato: "a Napoli possono campare solo i giornalisti impiegati (quelli che si piegano al volere degli altri), non i giornalisti giornalisti (quelli che raccontano la verità, quelli che fanno gli scoop)". Il giovane 26enne non si era lasciato intimorire, ma era andato dritto per la sua strada. Così da semplice cronista di nera (furti, rapine) e da stanco narratore delle lotte proletarie e delle manifestazioni sindacali, era passato a condurre un'inchiesta sulla malavita a Torre Annunziata. Torre Annunziata è un paese abbastanza grande in provincia di Napoli. Affaccia sul mare. Era (e forse è ancora) il cuore pulsante della camorra partenopea. Siani ha cominciato a seguire le attività di Valentino Gionta (boss di Torre), della grande Famiglia Alfieri, dei Nuvoletta di Marano (legati ai Corleonesi), scoprendo un groviglio di corruzione e un giro di affari sporchi che coinvolgeva lo stesso sindaco di Torre e anche alcuni assessori e magistrati, i quali, invece di compiere il loro dovere preferivano osservare passivamente e prendersi le mazzette. Siani è stato ucciso per questo: perchè aveva capito, perchè aveva avuto la forza di parlare, di svolgere delle vere indagini. Era il 1985 (i veri assassini verranno ritrovati solo 12 anni dopo) e Siani aveva 26 anni. Anche lui aveva un ragazza. Anche lui ci rimaneva male se non riusciva a trovare i biglietti per il concerto di Vasco Rossi. Anche lui voleva avere i soldi per farsi una vacanza su una di quelle isole che si vedono solo in pubblicità. Era un ragazzo come tutti noi. No forse no. Lui possedeva qualcosa in più, quella stessa cosa che apparteneva anche a Falcone, a Borsellino e che oggi distingue Roberto Saviano: il coraggio di sacrificare la propria vita per far trionfare la giustizia e per difendere la propria terra.
Rosaria Petrella

Il caso Vauro

4/16/2009 09:11:00 AM Posted In Edit This 1 Comment »
Il direttore generale della Rai,Mauro Masi, ha deciso di sospendere in via cautelativa, il vignettista Vauro Senesi. La polemica è scattata a seguito della puntata di Annozero in cui è stata mostrata una vignetta <<gravemente lesiva dei sentimenti di pietà dei defunti e in contrasto con i doveri e la missione del servizio pubblico >>.
Inoltre nella missiva inviata da Masi si chiede espressamente di riequilibrare i contenuti informativi della trasmissione circa i servizi andati in onda dall'Abruzzo.
Concordo pienamente con le dichiarazioni di Franceschini, nonostante la mia direzione politica
sia completamente opposta: «A me quella trasmissione non piace molto - ha detto Franceschini poco prima della decisione dei vertici Rai -, mi sembra che lì ci siano troppe persone che pensano di avere la verità in tasca, comunque. Però non è che le cose che non piacciono debbano essere censurate. Va rispettata la libertà di informazione, il servizio pubblico è a disposizione di tutti. Legittime le critiche a Santoro, ma non possono essere presi provvedimenti sanzionatori»;e così come al segretario del Pd anche a me non piace Annozero. Ma sarebbe troppo facile far sparire tutto ciò che non ci piace.Una magia. La libertà d'espressione è sancita dalla Costituzione,e in quanto tale va rispettata. Qui però non si tratta nè di libertà nè di censura. Il servizio pubblico deve mantenere una certa linea. L'informazione deve essere chiara e trasparante. E la satira in questo caso non lo è. Non lo è perchè con la satira scaturiscono sottili provocazioni e facili riferimenti che poi creano una polemica come questa.Le vignette di Vauro, diciamolo chiaramente, mettevano a nudo delle scomode verità.E a noi tutti a volte piacciono le belle bugie. In questa tragedie le responsabilità sono molteplici. Ma non era il momento di fare satira.Santoro in questo caso ha sbagliato i tempi.Nessuno pretende di censurare Annozero. Ma se deve essere un programma d'informazione che lo sia indipendentemente dalle varie matrici politiche.I cittadini hanno il diritto di essere informati correttamente.

Scritto da Donato Francesca


Eroi per caso o per necessità

4/15/2009 05:33:00 PM Posted In Edit This 0 Comments »
La distruzione si è fermata alle 3.32 del mattino del 6 aprile. L’Aquila è piegata, l’Abruzzo è collassato, scosso dalla furia della natura. L'angoscia aumenta. Poi un poco di coraggio, un giro attorno al quartiere e si cominciano a scoprire storie ancora più tristi, fatte di bambini la cui vita si è interrotta sotto alle macerie. Di amici, colleghi, segnati molto più profondamente di noi. E, per assurdo, ci si deve sentire sollevati. Ci sono storie che ti fanno sorridere e piangere dalla gioia, dimenticando per un attimo il dolore e l’amarezza per chi non ce l’ha fatta o per chi nel crollo ha perso una casa, un genitore o un figlio. Storie di eroi per caso o per necessità, storie di sopravvissuti baciati dalla fortuna.
Come i giovani studenti universitari Marta, Matteo, Francesca. Sono solo alcuni nomi dei ragazzi che hanno resistito per ore ed ore sotto le macerie prima di essere portati in salvo dai soccorritori. Marta Valente, studentessa 24enne della provincia di Teramo, è stata l’ultima in ordine di tempo ad essere salvata tra gli applausi liberatori della gente. Ha resistito oltre 23 ore bloccata da travi di cemento e calcinacci del palazzo di quattro piani che le è crollato addosso. La sua “fortuna” è stata che le travi cadendo si sono miracolosamente bloccate senza colpirla e lasciandole un intercapedine in cui poter respirare. A segnalare la sua presenza era stato l’altro studente Matteo, il primo ad essere estratto vivo dal palazzo crollato a Via Sant’Andrea.
Ma sono tantissime le storie degli studenti dell’Aquila. La prossimità alle vacanze pasquali ha fatto si che in molti non ci fossero. Nella “Casa dello Studente” in Via XX Settembre, erano solo 80 i ragazzi ospitati. Le vicende di questi ragazzi sono diventate un po’ il simbolo di questa tragedia. Ad aspettare notizie, genitori e fratelli accorsi da tutta Italia con la speranza di riabbracciare i propri cari. "Hai presente la roulette, quando punti tutto sul rosso o sul nero? - racconta Marco - Semplice, 50 e 50, rosso vince, nero perde. Io ero nella stanza rossa, sono vivo; quelli che erano nella stanza nera sono ancora là sotto. Ma si può morire così?". Anche Gianluca si è salvato, ma lui in quella casa non doveva nemmeno esserci. Un suo amico l’aveva pregato di fargli compagnia, terrorizzato dalle scosse della sera prima. E il destino beffardo ha voluto che lui da quell’inferno uscisse vivo, il suo amico invece è ancora lì sotto, probabilmente morto. Una telefonata ha salvato la vita ad un altro studente. Sua sorella, allarmata dalla scossa percepita anche a Fermo a 100 Km di distanza, lo ha chiamato al cellulare riuscendo così a farlo individuare dai soccorritori.
I giovani sono stati protagonisti anche di molti atti eroici. Tra questi un giocatore dell’Aquila Rugby, Dario Pallotta, che ha salvato la vita a due coniugi. Ai microfoni di Sky ha raccontato di essere in strada e aver sentito urlare.” La tromba delle scale era crollata e intorno era tutto un disastro. Sul momento, per la confusione, la puzza di gas che usciva dalle tubature rotte e i calcinacci - dice -, non mi sono neppure reso conto se fossero uomini o donne, ho pensato solo a portarli fuori.”. Pallotta non si è perso d’animo riuscendo a salvare prima l’uomo sepolto da pietre e tubi dell’acqua e poi la moglie, avendo poi anche la lucidità di ritornare in casa a prendere la bombola d’ossigeno che serviva alla donna per respirare. Pallotta non è stato l’unico rugbista ad aiutare. Anche il tecnico Massimo Mascioletti e alcuni dei suoi ragazzi si sono tutti attivati, in particolare per l'evacuazione dell'ospedale a cominciare dal reparto di ortopedia.
Storie di dolore si intrecciano con quelle di speranza. E' stata trovata viva, a 98 anni, dopo 30 ore sotto le macerie a Tempera. L'anziana, che è rimasta tra i calcinacci nel suo letto, è stata portata giù dai pompieri e soccorritori. Non credevano ai loro occhi: stava lavorando all’uncinetto come se niente fosse.
Col terremoto se n’è andata una parte di storia, si è sbriciolata la vita di intere famiglie tra i mattoni delle abitazioni, i pilastri della Casa dello studente e i reparti crollati del nuovissimo ospedale. All’orizzonte restano le migliaia di tende assiepate nei campi sportivi: piene di dolore e paura. Ma anche della speranza di non restare soli.

Scritto da Donato Francesca

Saviano a "Che tempo fa": l'importanza della realtà nella tv italiana / Saviano at "Che tempo fa": the importance of the reality on italian tv

4/15/2009 05:17:00 PM Posted In Edit This 1 Comment »

C'è chi dice che gli italiani o meglio il pubblico televisivo italiano sia composto solo ed esclusivamente da borghesucci medi che guardano reality, film-panettoni,commedie ai limiti della demenzialità, in sintesi la cosiddetta tv spazzatura...guardando, però, ad esempio, gli ascolti di "Speciale che tempo fa" di Fabio Fazio del 26 marzo 2009, dedicato a Roberto Saviano e al suo libro Gomorra sembra proprio che non sia così. Il programma di Fazio è, infatti, riuscito ad ottenere il 19% di share (quasi 5 milioni di spettatori). Rai3, che in gennaio aveva vinto con "Speciale De Andrè"(sempre di Fazio), torna a trionfare con Saviano. Lo scrittore e gioranlista napoletano è stato, fra l'altro, accompagnato da due celebri scrittori, Paul Auster, David Grossman e, nell'ultima parte, dalla comicità di Antonio Albanese nelle vesti di un moderno padrino. Il direttore di Rai3, Paolo Ruffini, spiega: "Pensano che la tv sia tutta da buttare, ma non è così. Pensano che la tv sia tutta uguale, ma non è così. Pensano che la parola share sia una parolaccia per la buona tv, ma il bello della tv è che si possono fare ascolti, e share, con bei programmi". E' il caso anche di ricordare "Dante" di Roberto Benigni, grazie al quale Rai1 nel 2007 ottenne 12 milioni di spettatori e il 46% di share.
Saviano afferma: "la tv può essere uno strumento alleato per raccontare ciò che accade nel mondo". Ritornando nello specifico alla serata del 26 marzo, è possibile dire che il suo è stato un monologo quasi teatrale, basato più che altro su una rassegna stampa del Corriere di Caserta che chiama "infame" il pentito in un titolo, che elegge a eroi i boss locali, amici dei politici. Le foto dei ragazzini ammazzati, quelli degli innocenti coperti da un lenzuolo, il sorriso di un carabiniere ventenne trucidato per vendetta. Il titolo diffamante: "Don Diana a letto con due donne". Don Diana, il prete dell'impegno ucciso quindici anni fa. "Che tipo di paese è l'Italia se permette tutto questo?". Il silenzio e la diffamazione sono armi terribili in mano alla camorra e l'ordigno adatto per combatterli è quello della parola. E Saviano ha scelto di parlare a lungo e con cruda chiarezza. Lui stesso si è definito un'"operazione mediatica", nata e portata avanti perchè si conoscano gli orrori della camorra e si capisca che riguardano tutti. Il suo "sogno" è che la lotta alla criminalità organizzata diventi una vera e propria moda e che "i grandi editori, le televisioni, trovassero un punto comune, anche conveniente. Perchè non creare una moda?". Lo scrittore ha parlato anche delle minacce della camorra. "Non immaginavo che sarebbe andata così - ha detto -. Pensavo che sarebbe durata poco, sono tre anni ed è pesantissimo". E nel ringraziare "tutte le persone che mi scrivono, nel ringraziare tutti per quello che è stato fatto per me", cita le parole di Kennedy: "perdonare sempre dimenticare mai".
"Io - ha detto Saviano - non dimenticherò mai quello che di bene mi è stato fatto". Ha ringraziato i paesi che lo hanno ospitato ma non ha ringraziato chi gli ha rifiutato la casa e gli amici che hanno liquidato la sua causa come se se la fosse cercata. E ha citato una frase di Biagi: "Sei arrivato davvero quando fanno un falso del tuo libro e ti accusano di plagio' e io ce li ho tutti e due". Nella seconda parte, due grandi scrittori come l'americano Paul Auster e l'israeliano David Grossman, hanno discusso con Saviano riconoscendo un valore enorme a Gomorra: "E' scritto benissimo - ha detto Auster - E' esploso come una bomba e ha costretto tanta gente in tutto il mondo a guardare dentro il fenomeno camorra. Anche tanti che non ne sapevano nulla o pensavano fosse una cosa locale italiana".
La serata del 26 marzo ha dato voce sicuramente ad un grande scrittore e cronista, ma ha anche dimostrato che gli italiani non sono solo il popolo della "tv spazzatura".

Some people say that Italians or better italian tv public is composed of little or middle bourgoises who watch bad programmmes or only reality shows...But, if we look at "Speciale che tempo fa" by Fabio Fazio of the 26th of april, dedicated to Roberto Saviano and his book Gomorra, we can say that the scenary is very different. Fazio's program has been watched by about 5 millions of people, a great moment for Rai3. During the program Saviano, a journalist and writer, has showed some pieces of his book Gomorra, a best seller that reports camorra and mafia crimes. He has been accompanied by two important writers Paul Auster and David Grossman, and by an Italian actor Antonio Albanese, who has ironically played the role of a modern godfather. We can say that the success of Fazio's program has showed that italian tv public doesn't watch only rubbish-programs, but that it is also interested in social problems.

Rosaria Petrella

La lettera di Vasco

4/02/2009 03:28:00 PM Posted In Edit This 0 Comments »

Caro 1° maggio
Sono felice di partecipare anch’io quest’anno alla festa.
Per me è un “ritorno”.
Sono passati 10 anni da quando mi accogliesti tra le tue braccia rock.
Ne è passata di acqua sotto i ponti.
Per me è andata sempre bene e torno con riconoscenza.
Peccato che per il nostro paese non si possa dire altrettanto.
Non vedo un bel clima in giro.
La crisi economica e, soprattutto, la difficoltà per molti di arrivare a fine mese. Ma anche le conquiste di libertà e convivenza civili,
faticosamente raggiunte negli ultimi decenni,
rimesse in discussione, addirittura a rischio di annullamento.
Non tira una bella aria e non è certo il mondo che vorrei.
Non mi occupo di politica e “governare” tra l’altro
è un termine che non ho mai gradito.
Tu sai quanta importanza hanno per me le parole.
Si dovrebbe dire “amministrare”. Sarebbe più corretto.
Dalle mie parti “governare” s’intende accudire gli animali. Ma “noi” siamo qui per portarti un po’ di gioia
Questo, per me, è il momento della solidarietà.
Vorrei restituire un po’ di quello che ho ricevuto.Sarà una splendida giornata.

Vasco Rossi

Queste le parole del rocker che parteciperà con la sua band al concerto gratuito del 1° maggio da P.zz San Giovanni in Roma, sua unica esibizione live di questa primavera. Si tratterà di un mini-concerto di 40-45 minuti. Ancora top secret la scaletta.

Scritto da Donato Francesca